++++++++++++++++++++++++++ la nebbia e il viaggio.20
Ciao sono P. Amo l'arte, l'ambiente e il suo meteo, le risate, la compagnia e i momenti di nostalgica solitudine; il tutto accompagnato dal buon cibo e da un buon vino e soprattutto da una buona musica.
mpdrolet:

Venice
Bart Pogoda
matkailu sumu

si fece un cannino giusto perchè dopo doveva pranzare. l’esame tra tre giorni. nella merda totale. ma un cannino non stona mai. o forse sì. comunque stava mettendo su l’acqua della pasta e si accingeva alla panna e speck delle due e un quarto. dovevano arrivare anche il Mecio e Tobias e la Susy tra una mezz’oretta. un cannino non stona mai e Boom. fece partire “Revolver” dei Beatles sulle casse e s’immerse in ogni canzone. cantò con grazia “For no One”, ballò disconessamente “Good Day Sunshine” e in gran stile-marcia “Yellow Submarine” e ci diede dentro con una prestazione da stage violento durante “She Said She Said”. il tutto da seduto. poi si concentrò e decise che avrebbe rincominciato a studiare un poco mentre l’acqua si scaldava. si sedette ed ebbe subito voglia del succo che aveva tirato fuori non appena si era svegliato (venti minuti fa’). il bicchiere se la stava ridendo sopra la mensola delle spezie, dall’altro lato della stanza. dunque se Harry Potter ce la faceva anche P poteva farcela: fissò a lungo il bicchiere e lo sfidò con lo sguardo quindi trasferì tutte le energie sulla mano, focalizzando il centro del palmo in direzione del bicchiere. dopo di che disse “Accio succo”. di colpo il bicchiere si levò dalla mensola e si trascinò in volo fino alla bocca di P il quale afferrandolo dissetò le sue seti e rinvigorì così la sua visione. No. niente di tutto ciò. il bicchiere rimase fermo. dopo un minuto di frustrazione, per non essere nato con la cicatrice di lampo sulla fronte, P si alzò e volò verso la mensola per afferrare il bicchiere sussurrando in sottofondo “se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto”. si risedette e si concentrò sui fogli di lezione per continuare lo studio. lesse una facciata dopo di che lo chiamò il bagno. fu decisamente una bella cagata. si lavò le mani, controllò i punti neri sul viso, fece le più strane smorfie facciali e si stupì di tanta capacità espressiva. poi ritornò in cucina. si risedette e si concentrò sui fogli di lezione per continuare lo studio. lesse una facciata, ne lesse due, ne lesse tre, ne lesse quattro poi capì di non aver capito proprio una sega. iniziò per lui un grande momento di riflessione sulla sua condizione come studente ma soprattutto sulla sua condizione come uomo. non ebbe risposte o almeno non concluse niente di nuovo dato che lentamente la sua mente si immise nell’intro di “Tomorrow Never Knows”: iniziò a viaggiare in India tra elefanti rosa e tigri giallo-verdi. gli rapirono il viaggio l’acqua che fuoriusciva dalla pentola e la serratura della porta che scattava.

isoäiti mariah
wyciec

ricordo che feci tanta strada quel sabato. non mi dispiacque affatto. se c’era una cosa che amavo era correre in macchina con un bel cielo all’orizzonte e una bella playlist in sottofondo. dio benedica gli mp3 e i relativi lettori. quanta musica in così poco spazio. da farci dei viaggi mentali assurdi. comunque, tornando alla strada: arrivai alle quattro e un quarto e qualcosina ad un motel che si faceva notare, lungo la strada statale, grazie al fascino decadente di alcune insegne neon. prenotai una stanza. odorava di divano in pelle. aprii le finestre e mi infilai di corsa nel cesso abbandonando il borsone sul letto. restai seduto a pensare e a leggere un giornale di compravendite di 2 mesi fa lasciato sopra il termosifone che accompagnava il cesso. alcuni annunci mostravano chiaramente il lato strano dell’uomo; quelle cose che vorresti non appartenessero mai alla tua esperienza di vita in qualunque modo. a partire da quello dei rapporti “lei-roito cerca un lui superdotato & lui-depresso cerca lei superfaica”. continuai a leggere ragionandoci sopra con poca attenzione. poi mi s’informicò il cosciotto destro e allora mi destai dal water. passai alcuni secondi con dei ripetuti spasmi di dolore scuotendo la gamba per smuovere un po’ la circolazione. mi ripresi. mi diedi una sciacquata e mi distesi sul letto. dalla finestra una piacevole soffiata di vento. mi misi le cuffie e ascoltai chopin. durai venti secondi con gli occhi aperti. calai nel sonno. dormi 9 ore circa. alle tre di notte pagai la stanza e ripartii.

atavus:

Jonathan Lichtfeld - Untitled, 2012